Glam Life
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Ho scelto di non scegliere.

Bisogna per forza essere qualcuno?
Ovvero, bisogna per forza essere un tipo di persona ben definito?
Serve, ai fini dell’esistenza, potersi etichettare e incasellare in una categoria i cui contorni sono tanto secolarmente nitidi da una parte quanto progressivamente indefiniti dall’altra?
Io ho deciso di no, almeno per quanto riguarda me.
Del resto le etichette sono un prodotto sociale, anzi, siamo tutti “vittime” delle aspettative altrui che derivano proprio da queste: se una ragazza è calma e tranquilla ci si aspetta che sia anche bravissima a scuola e poco importa se sta vivendo un inferno dentro, ciò che conta è che, se poi le capita di prendere un brutto voto, deve tassativamente essere additata e definita una delusione. Così poi finirà per esserlo anche per sé stessa, perché in fin dei conti, che vogliate accettarlo o no, la sociologia parla chiaro: noi percepiamo la nostra identità attraverso gli occhi degli altri.
Ma quando è successo che siamo diventati così poco umani?
A questo non ho risposta, e mi sta anche bene così, ma ammetto che è un trend mentale che cerco di combattere con tutte le mie forze da qualche anno.
Da quando ho capito che forse si sta meglio e si è più liberi quando non si avverte più la necessità di mettersi a tutti i costi da una parte della barricata, ma che quando ci stai sopra il cielo ha orizzonti molto più lontani.

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E’ una sciocchezza, lo so!
Ma io che sono nata cuspide e vivo da sempre il dilemma del “E adesso che segno leggo sull’oroscopo?” so cosa significa.
Naturalmente sto scherzando, ora, non è certo questa la fine del mondo…
Però devo dire che avvertivo un certo fastidio quando, da piccola, la mamma mi diceva che era strano che non fossi inquadrata e precisa, convinta com’era che essendo nata il 22 dicembre fossi per forza capricorno.
Oh, che ci devo fare, io non mi ci vedevo fino in fondo… 
E così, qualche anno più tardi, ho scoperto di essere nata a cavallo tra quel segno e quello precedente a cui, per altro, sento di appartenere di più.
Il risultato? Uno splendido ed incasinatissimo mix di sfumature e contraddizioni che rendono il mio carattere ben difficile da descrivere.
Ed ora anche la mamma lo sa: sono precisissima,sì, in ciò che voglio io però!
Testarda come un mulo ma facilmente influenzabile, pignola ma disordinatissima, vivace ma timida, dolce ma tagliente… sì, insomma, se litigate con me probabilmente capireste appieno il significato della frase di Taylor Swift (che guarda caso è sagittario pure lei) “I’m a nightmare dressed like a daydream”!
A me va di essere proprio così e questo non significa che non voglia migliorarmi costantemente: semplicemente non voglio privarmi di nulla che fa parte della mia essenza!

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E così la sfida quotidiana che vivo più profondamente è proprio data dalla convivenza, dentro di me, di due segni così forti e opposti:
il raziocinio che si sente sfidato continuamente dall’istinto, il fuoco che si soffoca sull’arida terra.
Se ci pensate non è poi un dilemma così stupido: è come sentire sempre una forza esplosiva dentro di sé che però lascia posto a un Grillo Parlante un po’ troppo ingombrante… ma non ha niente di meglio da fare questo qua?
Sì, perché io sono una persona che vive di entusiasmi, ma quando una cosa è bellissima i miei picchi di gioia sono sempre seguiti da un’analisi puntuale di ciò che potrebbero essere le pecche in quella metà piena del bicchiere, mentre se qualcosa va storto parte un interrogatorio degno di CSI alla mia coscienza, dove cerco di scavare e scavare fino a quando non ho trovato almeno una traccia di colpa mia.
E non solo, quando poi sbotto, mi sento pure dire che sono esagerata e che non ce lo si aspettava da me.
Ehi, keep calm and… provate ad essere me!

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Il discorso categorizzazioni si estende poi anche a tavola, ma di questo parlerò meno ampiamente, sia perché è una cosa che mi tange davvero poco, sia perché la vedo come una sfida poco personale, almeno nella misura in cui so che ci sono moltissime altre persone che la vivono. Perciò, ragazzi, questa è la risposta migliore: il menefreghismo.

A me affascina la cucina vegana, prediligo quella vegetariana ma mangio di tutto.

C’è qualche problema?
Non mi sento di appartenere a nessuna di queste etichette ma amo saltellare dall’una all’altra a mia piacimento, in fondo non ho fatto nessuna scelta di carattere morale o chissà che presa di coscienza a livello salutare… Semplicemente vedo che sto meglio a mangiare in questo modo e quindi assecondo la mia sensazione di benessere ma guai al mondo privarmi di qualcosa, così come non mi passerebbe mai neppure dall’anticamera del cervello di non toccare più i carboidrati per dimagrire…
Anche oggi andrò in un ristorantino bellissimo verso la Stazione Centrale, in cui tutto è a base di semi, verdura e frutta, ma questo non mi farà avere sensi di colpa sul petto di pollo mangiato ieri così come quest’ultimo non mi farà rivalutare il pranzo che mi godrò tra poche ore… Questo perché non è nelle mie corde pensare che il cibo vegano sia becchime per galline tanto quanto non inorridisco di fronte a una bistecca pensando che ho nel piatto un cadavere.
Siamo coerenti, per vivere a zero impatto ambientale non dovremmo vivere, punto.
Perciò io ho scelto di non scegliere lo stress da “devo essere fedele a uno stile di vita” o non devo ignorare l’acquolina in bocca se vedo un cibo che mi attira, sia esso verde o marroncino.
Ok, avevo detto che sarebbe stato un breve excursus questo “capitolo” e invece è il più lungo di tutti… ops!

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…E direi che della mia indecisissima decisione ci si accorge anche guardando la mia gallery Instagram, che ormai fa dell’alternanza tra esplosioni di colore e minimal b/w il suo tratto distintivo.
Sono arrivata ad interrogarmi a riguardo, qualche mese fa, quando ho aperto il social e non mi sono più sentita rispecchiata in quello che ho visto, guardando il mio profilo.
Micol non è bianco e nero, ma è Life in Technicolor (e cavolo se lo sono, ce l’ho anche tatuato sul braccio!). Al tempo stesso, però, vivo di profonde emozioni che sanno emergere proprio quando c’è più silenzio, quando tutto è più piatto, così privato dall’eccesso e dalla sovrabbondanza… Così ecco che mi è tornato alla mente un film del 1998 di Gary Ross, Pleasantville. Se state leggendo questo articolo e non lo avete mai visto, vi consiglio di segnarvi il titolo ed andare al più presto a cercarvelo, perché vi cambierà la visione del mondo… 
Lì erano le emozioni a dipingere i quadri della vita quotidiana.
Ecco, io sono così. Sono le emozioni la mia linfa vitale.
Mi piace vedere il mondo nella sua complessità ma ricordandomi sempre che è composto da tanti piccoli dettagli che danno sapore all’insieme e che, per questo, meritano di essere elevati. 
E’ da qui che è nata l’esigenza di sviluppare lo #StileMicolUberti.
Del resto, perché avrei dovuto scegliere solo questa strada, tralasciando il colorful, o viceversa? Nella mia anima esistono e convivono pacificamente entrambe le visioni, mi piaceva l’idea di condividere con voi questa “doppia ottica”, queste prospettive che sembrano opposte ma invece si abbracciano e completano perfettamente.

Ecco, questa sono io.
Non dite “Micol è una…” oppure “Micol è come…”.
Ho passato il tempo a capire se appartenessi a una definizione o a quella ai suoi antipodi, poi ho capito che semplicemente la mia unicità era nello stare sempre a cavallo tra due dimensioni. E da quando ho fatto questa scoperta, Dio quanto mi sono sentita bene!
C’è tanto impegno e tanto sforzo, in ogni persona che incontrate per strada, per cercare di essere se stessa e cercare di difendere il proprio bagaglio di idee, di tratti culturali, di motivazioni personali… Non fate mai l’errore di cercare di riassumere tutto questo con un titolo. O stronzo, o coglione. O brava, o sfigata. O bianco o nero.

Dite semplicemente “Micol è Micol”.
Abituatevi a farlo anche con voi stessi, perché tra tutte, la categoria che preferisco è “me stesso/a”! La parola PERSONALITA’ non è solo un termine linguistico.

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Testo e grafiche
a cura di Micol Uberti

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