La mafia uccide solo d’estate (ma strappa la vita ogni giorno, anche in inverno).

Esattamente cinque anni fa, il 28 novembre 2013, nelle sale cinematografiche italiane usciva un film destinato a diventare un grandissimo successo e ad accogliere il favore della critica più disparata.
Opera prima di Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come Pif, La mafia uccide solo d’estate è molto più di una semplice commedia e molto più di un ritratto della realtà drammatica della Sicilia degli anni ’80.

Che poi, dico anni ’80 per fare una media: la pellicola (in cui nulla, dai costumi agli arredamenti, alle auto, alle espressioni parlate, è lasciato al caso) comincia nel dicembre del 1969 e si conclude a fine anni ’90, all’incirca.
Non è una questione di pignoleria, questa specifica. In un film come questo, la temporalità è fondamentale. Ci troviamo di fronte ad uno spaccato della vita quotidiana della Sicilia che, in quel periodo storico, si vedeva continuamente dilaniata dagli attentati della mafia. Avrete già capito, dal modo in cui scrivo, che questo film mi è piaciuto parecchio. Avete capito bene! E’ proprio così!
A dispetto di quanto abbia letto in alcune recensioni, che lo hanno definito irrispettoso per la leggerezza con cui vengono raccontati i fatti di Cosa Nostra, io l’ho trovato estremamente delicato. Leggerezza e delicatezza sono ben diversi dalla superficialità.
In fin dei conti, le vicende sono vissute dallo spettatore, per la maggior parte del lungometraggio, attraverso gli occhi di un bambino. Un bambino, Arturo Giammarresi, con grandi sogni e grande confusione rispetto all’impetuosità con cui si susseguivano le tragedie dell’epoca. Concepito nella notte della strage di Via Lazio, il suo destino era già segnato. Gli stratagemmi che il regista (che in questo caso è anche attore, voce narrante e fonte di ispirazione principale per la scrittura del protagonista) utilizza per raccontare ciò che stava accadendo, a mio parere, sono pura genialità.
Vi propongo una scena che mi ha colpito particolarmente.
Guardate QUI in che modo, il mitico Pif, accompagna lo spettatore nell’introduzione all’attentato del 23 maggio 1992 a Giovanni Falcone, nella strage di Capaci.
Credo sia stata la sequenza che più mi è rimasta impressa. Unisce alla perfezione la freddezza con cui Riina uccide un uomo, l’impatto sonoro dell’esplosione della bomba distoglie bruscamente l’attenzione dalla visione di una quotidianità che tutti noi viviamo (una persona, seduta su una poltrona che guarda la televisione nel proprio salotto…) e ci sbatte, senza chiedere permesso, in una realtà che lacera l’animo umano. 
In poco più di 1 minuto di riprese, si vive con chiarezza (anche se, naturalmente con meno intensità) lo stato d’animo dei siciliani. Un’angoscia che si estendeva un po’ in tutta Italia. Ma ad avercele vicino, certe piaghe, è diverso.
Un’altra trovata azzeccatissima è l’intervista che Arturo riesce a strappare a Carlo Alberto Dalla Chiesa: la prima di una lunga serie per il primo e l’ultima per sempre del secondo. Un simbolico passaggio di testimone estremamente morbido e aspro al tempo stesso.
Parliamo un po’, invece, degli intrecci che stanno dietro alla cinepresa?
Perché secondo me, l’ottima riuscita di questo film è data anche dal perfetto equilibrio e dalla profonda stima reciproca che si è instaurata nel corso degli anni tra i componenti del cast, sia tecnico sia artistico.
Tutti noi conosciamo Pif per la sua partecipazione a Le Iene ed altri programmi televisivi, ma pochi sanno che è figlio d’arte (suo padre Maurizio è regista) e che la sua passione per il cinema lo porta, nel 2000, a fare da aiuto regista al collega Marco Tullio Giordano ne I cento passi. Qual è uno degli interpreti più bravi di quella pellicola? Claudio Gioè, che ritroviamo anche in La mafia uccide solo d’estate nei panni di Francesco, giornalista che spronerà il giovanissimo Arturo ad inseguire i suoi sogni. Se pensate che sia questo l’unico intreccio dietro le quinte che lega queste due pellicole, vi state sbagliando: anche il direttore di fotografia, infatti è lo stesso: stiamo parlando di Roberto Forza, scelto da Pif anche per il suo secondo film come regista, In guerra per amore.
Ok, ma invece la coprotagonista Cristiana Capotondi salta fuori dal nulla, non c’è nessun collegamento, direte voi. Non proprio. Se infatti ora è un’attrice affermata (e, a mio parere, molto brava) è grazie al film che l’ha fatta finalmente conoscere definitivamente al grande pubblico, il celebre Notte prima degli esami. Ve la ricordate al fianco di Nicholas Vaporidis? I due ragazzi, che poi sarebbero diventati anche una coppia nella vita reale, erano diretti da Fausto Brizzi, che si è occupato della regia di Pazze di me, dove Pif interpretava un improbabile filosofo innamorato della sorella più svampita (Marina Rocco) del protagonista (Francesco Mandelli). Se non lo avete mai visto, mi sento di consigliarvelo: fa morire dal ridere e non potrete non amare Loretta Goggi nei panni di una madre pazza e… decisamente impositiva.

Questa volta non ho consigli da darvi, prima di guardare questo film, nel caso non lo aveste ancora fatto… Non me la sento di mostrare così poca umiltà.
Anche perché mi trovo pienamente d’accordo con ciò che ha detto Roberto Saviano dopo averlo visto: “E’ un esperimento dolce e allo stesso tempo un racconto drammatico”.
E’ proprio così, parla di una realtà che mi è stata raccontata dai miei genitori, che ho letto sui libri di storia, di cui mi sono fatta un’idea ben precisa (credo… forse la verità non si saprà mai) ma che non ho potuto vivere in prima persona. 
Sono nata il 22 dicembre 1989, ero troppo piccola per ricordarmi certe cose.
So solo che il 19 luglio di tre anni dopo, il 1992, fu il giorno in cui perse la vita Paolo Borsellino, nell’orrenda strage di via d’Amelio, e che mia madre mi portò nella chiesa della nostra parrocchia e mi disse “Andiamo a dire una preghiera per due signori (per lei tutt’oggi, così come per tantissime persone, Falcone e Borsellino erano una cosa sola… e sono sicura che fosse così – ndr) che non ci sono più e hanno fatto tante cose buone per l’Italia”. Forse è per questo che la scena finale, che trovate QUI, di La mafia uccide solo d’estate mi è sembrata così vicina a me, alla mia vita, alla mia storia…
E sempre per questo ci tengo a concludere questo articolo riportando la frase che recita il Pif, perché possa essere letta e riletta, per capirne la profondità.

“Quando sono diventato padre, ho capito che i genitori hanno due compiti fondamentali.
Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo.
Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.”.

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Il giovane Arturo (un bravissimo Alex Bisconti) è appassionato di giornalismo…

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…e di Giulio Andreotti.

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Qui Alex a fianco di Claudio Gioè
Quest’ultimo, nel 2007, ha ricevuto complimenti da parte dello stesso Riina per il modo magistrale in cui lo ha interpretato nella mini serie tv Il capo dei capi

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Ad interpretare Boris Giuliano, poliziotto e capo della Squadra Mobile di Palermo
ucciso il 21 luglio ’79, è Roberto Burgio

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La bellissima Cristiana Capotondi è Flora,
assistente del sindacalista ed esponente della DC Salvo Lima, ucciso nel marzo del ’92

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web