Bohemian Rhapsody: biopic sui Queen o quadro di emozioni di Freddie Mercury?

Ci sono leggende destinate a vivere per sempre, ma anche a non essere mai conosciute per intero. Ci sono leggende che ci lasciano insegnamenti, moniti, racconti.
Altre, ci lasciano colori, visioni ed emozioni.
Freddie Mercury è la più grande di queste.
Ma quanto il film Bohemian Rhapsody a lui dedicato e da poco nelle sale, gli ha reso veramente giustizia?

Dopo aver aspettato cinque interminabili giorni, finalmente sono riuscita ad andare a vedere questo biopic dedicato a quello che per me è il cantante migliore in assoluto mai esistito sulla faccia della Terra. Lo amo moltissimo, amo lui e ciò che ha saputo fare con la propria voce, e non parlo solo di canzoni che mi tatuerei addosso dalla prima all’ultima. Parlo dei confini che ha valicato, parlo delle mareggiate di vita con le quali ha travolto (e travolge ancora) le persone, parlo dei segni indelebili che ha lasciato nel mondo.
Capite bene che, per me, ieri è stato come andare a un appuntamento importante: tutto il giorno non ho fatto altro che ascoltare il repertorio dei Queen e rileggere le loro biografie. Poi sono entrata in sala e si sono abbassate le luci.

Il film comincia e ci accompagna rapidamente nella fase di formazione della band anglosassone e ci presenta i personaggi principali senza soffermarsi troppo a raccontarci qualcosa di più su di loro. Questo trend, rimane invariato fino alla fine del film.
Tutto è un tributo a Farrokh Bulsara e a come è diventato poi Freddie Mercury.
Tutto è un tributo… emotivo, però.
Non si può certo dire che a livello tecnico e artistico, non sia un gran film!
Il regista Bryan Singer (che, anche se non accreditato, è stato poi sostituto da Dexter Fletcher per l’ultima fase di lavorazione) ha fatto un ottimo lavoro, davvero: splendide le sequenze, azzeccatissime alcune scelte stilistiche che riportano inevitabilmente alla mente i colori e i gusti sfarzosi del protagonista e dell’epoca (il film racconta del periodo che va dal 1970 al 1985), gli attori nella maggioranza dei casi sono molto simili ai loro corrispondenti reali. Ma non si può pensare che degli amanti dei Queen passino sopra a certi errori madornali. E anche chi non è così tanto legato a questo quartetto, troverà secondo me insoddisfacenti alcune caratteristiche di Bohemian Rhapsody.
Il problema è proprio nell’aspetto storico del racconto e nella connotazione semplicistica che è stata data troppo spesso al racconto. 
Guardi il film e hai l’impressione che, una volta ottenuto il consenso da parte di chitarrista e batterista della band, il regista e sceneggiatore si siano guardati in faccia e si siano detti: “Fico! E mò?”. Certo, tutte le varie vicissitudini che ci sono state durante la fase di scrittura e pre-lavorazione del film, non hanno certo contribuito a lavorare in serenità… May e Taylor hanno pure fatto un po’ di questioni selezionando cosa volevano che si sapesse e cosa no… Sacha Baron Cohen ha mollato il cast rifiutando il ruolo di Freddie dopo che era già stata annunciata la sua presenza…
Un bel casino.

Insomma, regista e sceneggiatore, come dicevamo, erano decisamente Under Pressure.

Appare evidente agli occhi di chiunque, infatti, che tutto il contenuto è stato pesantemente romanzato. Emergono le emozioni di Freddie, che Rami Malek interpreta con una bravura e una precisione impressionanti, tanto da far provare gli stati d’animo allo spettatore. Emergono le emozioni di Freddie, ma tutto il resto rimane un insieme di personaggi-cartonato sullo sfondo. Sarà forse che si è voluto che fossero solo delle rappresentazioni umane del modo in cui Mercury li viveva?
C’è la bella, c’è il cattivo, c’è il tenero… Ok, ma mica siamo in un film di Sergio Leone, qui!
E’ tutto troppo favolistico e i personaggi sono troppo “sproporzionati” nella loro rotondità, per essere considerato credibile. Complimenti per la riproduzione perfetta dei dettagli visivi del concerto, famosissimo (e quanto avrei voluto esserci…) del Live Aid: i bicchieri di birra e Pepsi sul pianoforte non sono passati inosservati a molti, le movenze feline di Freddie sul palco sono impeccabili, la scaletta del concerto è ovviamente identica.
Ma questo non è abbastanza e lo dico con sincero dispiacere.

Perché avrei preferito dirvi che l’entusiasmo con cui sono entrata al cinema era raddoppiato quando ne sono uscita… ma non è così.

Nonostante questo, ci sono anche dei lati positivi, è naturale!
Come già detto, Rami Malek è riuscito a rendere molto molto bene l’idea di ciò che è stato il modo in cui Mercury ha vissuto la sua, come gli predice Mary Austin (interpretata da Lucy Boynton), difficile vita. Quegli occhi immensi ed espressivi e quell’agilità nel passare dalla totale euforia alla più profonda solitudine senza mai eccedere… Quel modo di gestire il proprio corpo alla perfezione… Fantastico.
Molto apprezzabili anche alcune chicche che chi conosce bene i Queen avrà certamente notato: dal quadro di Marlene Dietrich (a cui la band si ispirò per girare la celebre sequenza con i loro volti illuminati su sfondo nero nel videoclip promozionale di Bohemian Rhapsody), all’easter egg – ATTENZIONE! QUI C’è UN PICCOLO SPOILER! – che vede la presenza del mitico Mike Myers che fa tributo al celebre film Fusi di Testa, che uscì nelle sale pochi mesi dopo la morte di Freddie Mercury e in cui la scena più celebre in assoluto si svolge proprio sulle note della canzone che dà il titolo al biopic di cui parliamo oggi in questo articolo.
OK, LO SPOILER è FINITO!
Alcune scene, poi, sono state costruite davvero a regola d’arte.
Il giorno prima che andassi a vedere il film, ci andò il mio migliore amico, che in pausa mi scrisse un messaggio: “Poco fa mi sono commosso”. Non ho voluto chiedere per quale motivo, perché non volevo togliermi l’effetto wow della pellicola.
Ma quando ieri mi sono trovata davanti allo schermo ho capito perfettamente a quale scena si era riferito poche ore prima. Certo, nel caso mio e della persona in questione, tutto è amplificato dalla passione smisurata per questa band (ecco, lui sì che li ha tatuati addosso sul serio), ma sono pronta a scommettere che il modo in cui Freddie racconta a Mary Austin di aver capito i propri orientamenti sessuali toccherebbe chiunque.

Ma quindi, in fin dei conti, vi consiglierei di vedere questo film oppure no?
Solo se avete voglia di ricordare un mito intramontabile, rimanendo disposti a chiudere un occhio (no anzi, facciamo tutti e due…) sulla non corrispondenza con i fatti veri, e ad aprire invece il cuore, come ho fatto io. Aprirsi al mondo non significa solo lasciar andare ciò che si ha dentro, ma anche e soprattutto imparare a saper accogliere ciò che ci arriva da fuori, senza ragionarci su troppo. Solo in questo modo potrete essere in sintonia con ciò che Freddie dice riguardo alla sua Bohemian Rhapsody, che nessuno comprendeva inizialmente:
La vera poesia è per l’ascoltatore.

Rami Malek (Freddie Mercury) e Lucy Boynton (Mary Austin)
in una scena iniziale del film

(da destra) Ben Hardy (Roger Taylor) e Joseph Mazzello (John Deacon),
rispettivamente batterista e bassista della band

Una scena di assolo alla chitarra di Gwilym Lee (Brian May),
un altro interprete incredibilmente somigliante all’originale

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web